Il sorriso del Jolly Joker




















Serata estiva dai nonni al mare.
Dopo una cena con cotolette impanate, formaggio e un goccio di vino, sul balcone arriva una brezza gentile. Come una lampadina spenta, ma ancora incandescente, il mare rilascia il calore che ha accumulato durante il giorno, accarezzato dal vento.
I pini marittimi ondeggiano appena, miagolano i gatti, le rane nel fosso si preparano a gracidare all’unisono, e le bici sono in garage.
E’ il primo di luglio.
Nel condominio hanno tutti finito di cenare prima del tramonto, e qualcuno si gode una sigaretta, i gomiti appoggiati al davanzale, braghe corte e camiciotto, ciabatte e sguardo vago all’orizzonte.
Costruzioni tutte uguali, schierate tra il mare e la via Aurelia, lunga e trafficata arteria sorta in epoca romana e oramai del tutto priva del suo antico fascino. Non è più lastricata ma foderata d’asfalto, e di giorno diviene rovente fin quasi a sciogliere la suola dei mocassini, e quando piove emana quell’odore umido di catrame caldo tipico dei luoghi dove il sole batte a lungo senza l’ombra di un bosco. Solo aiuole e giardinetti dove portare il cane a far pipì, o posare una ciotola di latte per i gatti randagi.

Gli abitanti di Torino amano l’atmosfera monotona e a suo modo rilassata dell’estate ligure.
Come gitanti, ci si riversano in massa, in frotte organizzate provenienti dall’autostrada per cercare un po’ di pianificato riposo, tra facce conosciute, sempre più anziane, e un clima mite, piacevolmente arieggiato.
Il vento. Che Torino non c’è. Mai.
Le Alpi lo bloccano, lo dirottano, lo tramutano in aria timida e immobile.
Sono rare le giornate in cui uno spiffero riesce a fare breccia tra i valichi e scendere a valle, rari giorni dal sapore vagamente esotico, eroico come Annibale che attraversa le montagne del Brutium, con gli elefanti, per giungere a Roma.

Dal mare della Riviera sale ora un respiro di salsedine.
Il vento indugia tra gli alberi per poi raggiungere le colline a est, e nel frattempo ha già asciugato i calzini che avevamo steso a file sul balcone.
Passa un treno mentre qualcuno ancora si gode, tardivo, la sigaretta del dopocena. Le signore impilano i piatti nel cucinino, e dalla finestra ammirano con trasporto non i colori del tramonto, ma i panni stesi prima di cena, già quasi asciutti. Queste sì, son soddisfazioni.
E’ quasi l’ora di uscire per la passeggiata serale, buona per digerire e magari mettersi un paio di scarpe, per gli uomini altrimenti inciabattati per tutto il giorno, e un filo di rossetto per le signore.
Per i bambini, è il momento del gelato.
Magari fosse tutte le sere, la passeggiata.
Certe sere si rimane chiusi in casa a guardare la puntata su Raidue.
La Tv. L’elettrodomestico più amato della casa, seguito dalla lavatrice. Sarà per via del telecomando, moderna versione dello scettro regale, o del bastone pastorale del Papa.
Telecomando…a chi lo impugna viene automaticamente riconosciuto un certo potere, ed è un delirio insito nel termine stesso:“comando”.
Che cosa fanno i bambini, in queste serate senza gelato?
Si annoiano. Ma i grandi, si sa, per la Tv hanno un’insana fissazione.
E anche per le carte.
L’accoppiata serata Tv con gioco di carte annesso è un vero spauracchio, peggio del Babau o del minestrone di spinaci.
In quelle serate arrivano i vicini del condominio a destra, quello che non vede il mare.
Vengono da noi per il panorama che c’è, anche di notte: il mare non si vede più ma le luci del lungomare sì. Da casa loro vedrebbero solo un altro balcone dal loro balcone, dove di giorno non possono neanche uscire un attimo in mutande a leggersi il giornale, o sparlare a voce alta delle miserie altrui: i dirimpettai , per niente amabili, non se ne perdono una.

Siamo in una di quelle serate.
Si sono già formate le coppie che si fronteggeranno a Scala quaranta.
Queste partite non sono mai avvincenti: nessuno bara, i giri sono lenti, vincono sempre gli stessi.
La Tv gracchia. Ticchettii in sottofondo.
La noia già si taglia con il coltello.
I bambini, anzi, la bambina, perché ahimè, ce n’è solo una, guarda i grandi giocare.
Tiene il conto dei punti con la matita su un blocchetto ingiallito con su il logo di una macelleria locale.
Ogni tanto mischia le carte. Quelle carte dal vago odore di pergamena, unticce e ingiallite agli angoli.
Sono le carte da Ramino della Dal Negro, con le loro regine attempate e racchie, i re accigliati dalla barba canuta e i Jack pallidi e biondicci.
E poi, lui.
Il Jolly.
Il Jolly Joker, inspiegabilmente inquietante.
Un satrapo ammiccante, un giullare Medievale con la cera da alcolizzato.
Forse un picaro, o il figlio illegittimo di un legionario e una sacerdotessa vestale con il mal sottile. Perché quell’espressione crudele, quel sorriso di sfida, quella cupidigia dipinta negli occhi? A chi ammicca, quali segreti nasconde sotto quella collana di carte?

Il suo sorriso sardonico mi atterrisce e mi affascina: mi trasporta, via, lontano da quella tavola di vecchi, verso paure recondite e desideri sconosciuti.

Quando sbuchi fuori dal mazzo e sorridi, Jolly Joker, di colpo ti vedo seduto accanto a me, a porgermi una coppa di vino avvelenato; oppure ti scopro a spiarmi dalla serratura, mentre bisbigli anatemi per non farmi dormire, e chissà quali altri sordidi disegni hai in serbo, che non ho ancora scoperto.

Così ti insinuavi nelle nostre serate, e non eravamo più quattro pensionati e una bambina attorno a un tavolo per giocare a Scala quaranta, oh no.
Era una caccia all’uomo.
Tutti ti cercavano, Jolly.
Perché tu potevi trasformarti in qualsiasi carta.
Beffarda promessa di vittoria, esercizio di fantasia e libero arbitrio.
Tutti vorremmo cambiare faccia così, a ogni giro di carte. Vorremmo anche noi indossare i sonagli e ridere, folli, insensati, errabondi e selvatici. Questo si cela tra le pieghe della tovaglia, e in qualche anfratto del nostro essere.
Cercare il tuo sorriso, per sublimare desideri mai scandagliati, sconosciuti, profondi.

La risata del Jolly Joker echeggia nella stanza.
All'improvviso serpeggia, tra il brusio della Tv accesa e l’odore di fritto delle cotolette, un brivido.

Fujioka, 13/1/2011

Commenti

  1. so bene ciò di cui stai parlando...............
    e condivido, proprio come allora.
    DOLCE, AMARA MALINCONIA.

    RispondiElimina
  2. Hai ragione...c'è un po' di malinconia! Soprattutto nelle cotolette.

    RispondiElimina
  3. Molto bella.
    La vera essenza, le sfumature, le può probabilmente capire solo un torinese come te (e me), pendolare estivo tra la Mole e la riviera ligure.
    Credo sia uno scritto che più passa il tempo più diventa malinconico.

    RispondiElimina

Posta un commento