Tokyo e le trippe di Pomodoro

Arnaldo Pomodoro

Vi piace lo scultore Arnaldo Pomodoro? Io amo quelle sfere di bronzo levigato - arance a orologeria che ci lasciano intravedere parte del loro meccanismo - e obelischi che abbandonano la perfezione delle colonne per mostrarci le interiora, in un intricato guazzo di garbugli e filamenti.

Sono cuori rivelatori di quel che si nasconde nelle viscere di città che si sforzano invano di sembrarci pulite e ordinate, ma che in realtà nascondono grovigli e incastri. Che cosa si cela dietro a quelle mura? Quei palazzoni, nati come funghi e tutti uguali, cos’hanno al loro interno? Che cosa li tiene su? Forse la risposta è racchiusa proprio tra le fratture di questi obelischi, frecce e sfere.

Arnaldo Pomodoro

Arnaldo Pomodoro

Arnaldo Pomodoro

Pomodoro è uno degli scultori contemporanei italiani più amati nel mondo. Pioniere dell’arte informale e maestro indiscusso nella lavorazione del bronzo, qui in Giappone è amatissimo da sempre, tanto da essere stato insignito, nel 1990, del Praemium Imperiale, ossia il “Nobel” nipponico per l’arte.

Uno stile inconfondibile, il suo: non c’e’ nemmeno bisogno della firma, o della targhetta con il nome da leggere. Lo vedi e sai che è lui! Un po’ come Botero, con le sue forme e volumi dilatati a dismisura…

Ferdinando Botero

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Come, e meglio, del tenente Colombo: Family Plot!


Farsa, giallo, o film d’azione?
Un mix. Una medium bionda e imbrogliona e il suo amichetto, un sedicente attore smilzo che guida il taxi e ogni tanto, per dare una mano alla fidanzata nelle sue tresche, s’improvvisa detective; un antiquario-rapitore dagli occhi blu, il sorriso sadico e il pallino del collezionismo, e la sua complice, la bruna fatalona… è il nostro quartetto da commedia dell’arte, opportunamente rivisto e corretto in chiave moderna, che si muove in una San Francisco che sembra un po’ Los Angeles.

Ciack! Siamo sotto i riflettori dell’ultimo film Hitchcock: Family Plot ovvero Complotto di famiglia, realizzato dal regista nel 1976.

Un piccolo capolavoro di ironia, suspense e frizzante humour nero. Funziona tutto a meraviglia, dall’inizio alla fine: l’anziana riccona alla ricerca del nipote perduto, le lapidi fasulle, i diamanti, i benzinai-scagnozzi che si rincorrono, si incrociano in destini tanto imprevedibili quanto improbabili... Tutti riuniti in questo film così ingiustamente misconosciuto e pefino ridicolizzato per via del misero budget con cui fu realizzato, col suo piccolo esercito di volenterosi attori del lato B di Hollywood, scelti dal maestro per la loro bravura ed espressività lontana dai fasti del passato e dal glamour compassato degli anni ’40 e ‘50.


Verso i favolosi anni ottanta
Certo, i tempi sono cambiati: il divismo Hollywoodiano cambia faccia, decostruito dalle pennellate camp degli anni ’70: si avvicinano a larghe falcate gli anni 80, e con essi tutto uno stuolo di serie per la tv (destinate a creare un nuovo immaginario) con personaggi disegnati a tutto tondo, cattivissimi e affascinanti, spesso con il pallino per l’intrigo, e sempre elegantissimi.


Saghe infinite, come Falcon Crest o Dallas, con personaggi-cattivoni in stile JR e Sue Ellen, o il mitico Cuore e batticuore, con il fascinoso Robert Wagner, la bella moglie Stefanie Powers e il maggiordomo Max, tutti presi dal loro avventuroso ménage di investigazioni fatte in casa.


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Un fine settimana di saldi a Tokyo! Gambatte!

Come al solito ho aspettato troppo per fare il mio giro di saldi! Già lo so che ci saranno tutte XXXSmall, a farmi marameo dagli scaffali! Sniff, Sob, Sigh, che dilettante...

Auguratemi buona fortuna con il mio giro di saldi a Tokyo, che parte domani sera: vediamo che bottino riuscirò ad accaparrarmi. Pronti? Via! Con la guida e sotto l'egida di Hello Kitty, farrò del mio meglio! GAMBATTE KUDASAIII!

(segue...)
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Gli Haiku del dubbio

In bilico tra confessione ed esplorazione, l'anima s'interroga, introspettiva.
Ci sono risposte celate nel silenzio della notte: la Natura, le conosce tutte.
Allora, lo sguardo, si rivolge a lei.
Ecco gli Haiku del dubbio. Se vuoi leggerli, clicca qui.

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Il sorriso del Jolly Joker




















Serata estiva dai nonni al mare.
Dopo una cena con cotolette impanate, formaggio e un goccio di vino, sul balcone arriva una brezza gentile. Come una lampadina spenta, ma ancora incandescente, il mare rilascia il calore che ha accumulato durante il giorno, accarezzato dal vento.
I pini marittimi ondeggiano appena, miagolano i gatti, le rane nel fosso si preparano a gracidare all’unisono, e le bici sono in garage.
E’ il primo di luglio.
Nel condominio hanno tutti finito di cenare prima del tramonto, e qualcuno si gode una sigaretta, i gomiti appoggiati al davanzale, braghe corte e camiciotto, ciabatte e sguardo vago all’orizzonte.
Costruzioni tutte uguali, schierate tra il mare e la via Aurelia, lunga e trafficata arteria sorta in epoca romana e oramai del tutto priva del suo antico fascino. Non è più lastricata ma foderata d’asfalto, e di giorno diviene rovente fin quasi a sciogliere la suola dei mocassini, e quando piove emana quell’odore umido di catrame caldo tipico dei luoghi dove il sole batte a lungo senza l’ombra di un bosco. Solo aiuole e giardinetti dove portare il cane a far pipì, o posare una ciotola di latte per i gatti randagi.

Gli abitanti di Torino amano l’atmosfera monotona e a suo modo rilassata dell’estate ligure.
Come gitanti, ci si riversano in massa, in frotte organizzate provenienti dall’autostrada per cercare un po’ di pianificato riposo, tra facce conosciute, sempre più anziane, e un clima mite, piacevolmente arieggiato.
Il vento. Che Torino non c’è. Mai.
Le Alpi lo bloccano, lo dirottano, lo tramutano in aria timida e immobile.
Sono rare le giornate in cui uno spiffero riesce a fare breccia tra i valichi e scendere a valle, rari giorni dal sapore vagamente esotico, eroico come Annibale che attraversa le montagne del Brutium, con gli elefanti, per giungere a Roma.

Dal mare della Riviera sale ora un respiro di salsedine.
Il vento indugia tra gli alberi per poi raggiungere le colline a est, e nel frattempo ha già asciugato i calzini che avevamo steso a file sul balcone.
Passa un treno mentre qualcuno ancora si gode, tardivo, la sigaretta del dopocena. Le signore impilano i piatti nel cucinino, e dalla finestra ammirano con trasporto non i colori del tramonto, ma i panni stesi prima di cena, già quasi asciutti. Queste sì, son soddisfazioni.
E’ quasi l’ora di uscire per la passeggiata serale, buona per digerire e magari mettersi un paio di scarpe, per gli uomini altrimenti inciabattati per tutto il giorno, e un filo di rossetto per le signore.
Per i bambini, è il momento del gelato.
Magari fosse tutte le sere, la passeggiata.
Certe sere si rimane chiusi in casa a guardare la puntata su Raidue.
La Tv. L’elettrodomestico più amato della casa, seguito dalla lavatrice. Sarà per via del telecomando, moderna versione dello scettro regale, o del bastone pastorale del Papa.
Telecomando…a chi lo impugna viene automaticamente riconosciuto un certo potere, ed è un delirio insito nel termine stesso:“comando”.
Che cosa fanno i bambini, in queste serate senza gelato?
Si annoiano. Ma i grandi, si sa, per la Tv hanno un’insana fissazione.
E anche per le carte.
L’accoppiata serata Tv con gioco di carte annesso è un vero spauracchio, peggio del Babau o del minestrone di spinaci.
In quelle serate arrivano i vicini del condominio a destra, quello che non vede il mare.
Vengono da noi per il panorama che c’è, anche di notte: il mare non si vede più ma le luci del lungomare sì. Da casa loro vedrebbero solo un altro balcone dal loro balcone, dove di giorno non possono neanche uscire un attimo in mutande a leggersi il giornale, o sparlare a voce alta delle miserie altrui: i dirimpettai , per niente amabili, non se ne perdono una.

Siamo in una di quelle serate.
Si sono già formate le coppie che si fronteggeranno a Scala quaranta.
Queste partite non sono mai avvincenti: nessuno bara, i giri sono lenti, vincono sempre gli stessi.
La Tv gracchia. Ticchettii in sottofondo.
La noia già si taglia con il coltello.
I bambini, anzi, la bambina, perché ahimè, ce n’è solo una, guarda i grandi giocare.
Tiene il conto dei punti con la matita su un blocchetto ingiallito con su il logo di una macelleria locale.
Ogni tanto mischia le carte. Quelle carte dal vago odore di pergamena, unticce e ingiallite agli angoli.
Sono le carte da Ramino della Dal Negro, con le loro regine attempate e racchie, i re accigliati dalla barba canuta e i Jack pallidi e biondicci.
E poi, lui.
Il Jolly.
Il Jolly Joker, inspiegabilmente inquietante.
Un satrapo ammiccante, un giullare Medievale con la cera da alcolizzato.
Forse un picaro, o il figlio illegittimo di un legionario e una sacerdotessa vestale con il mal sottile. Perché quell’espressione crudele, quel sorriso di sfida, quella cupidigia dipinta negli occhi? A chi ammicca, quali segreti nasconde sotto quella collana di carte?

Il suo sorriso sardonico mi atterrisce e mi affascina: mi trasporta, via, lontano da quella tavola di vecchi, verso paure recondite e desideri sconosciuti.

Quando sbuchi fuori dal mazzo e sorridi, Jolly Joker, di colpo ti vedo seduto accanto a me, a porgermi una coppa di vino avvelenato; oppure ti scopro a spiarmi dalla serratura, mentre bisbigli anatemi per non farmi dormire, e chissà quali altri sordidi disegni hai in serbo, che non ho ancora scoperto.

Così ti insinuavi nelle nostre serate, e non eravamo più quattro pensionati e una bambina attorno a un tavolo per giocare a Scala quaranta, oh no.
Era una caccia all’uomo.
Tutti ti cercavano, Jolly.
Perché tu potevi trasformarti in qualsiasi carta.
Beffarda promessa di vittoria, esercizio di fantasia e libero arbitrio.
Tutti vorremmo cambiare faccia così, a ogni giro di carte. Vorremmo anche noi indossare i sonagli e ridere, folli, insensati, errabondi e selvatici. Questo si cela tra le pieghe della tovaglia, e in qualche anfratto del nostro essere.
Cercare il tuo sorriso, per sublimare desideri mai scandagliati, sconosciuti, profondi.

La risata del Jolly Joker echeggia nella stanza.
All'improvviso serpeggia, tra il brusio della Tv accesa e l’odore di fritto delle cotolette, un brivido.

Fujioka, 13/1/2011
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I love you, Australia!

Coraggio, Australia.
No, non sarà l'acqua a metterti in ginocchio, isola giovane, isola bella e grande, isola ricca e generosa.
Il mio pensiero in questi giorni va a te, Queensalnd, alla splendida Townsville sott'acqua, e a tutti gli abitanti della costa est. Con affetto e riconoscenza.

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Le piccole fiabe di Cristina Notturno



Animaletti notturni, bambine dispettose, cappuccetto rosso e il lupo sotto forma di ciondoli e orecchini sbucano tra gli alberi di foreste abilmente disegnate...oppure fanno capolino dalle finestre di tante casette dalla forma allungata.Tratti sottili tracciati dalla penna sul foglio.


E’ il mondo di piccole fiabe che Cristina Notturno crea e disegna, materializza con colori vivaci e giocosi, un mondo delicato e minimale ispirato da… che cosa? Chiediamolo a Cristina!
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Distinguersi in un’arena di stili


Creare il proprio stile (o almeno provarci) è una delle regole fondamentali che vige, non scritta, nelle grandi metropoli modaiole. Distinguersi, sfoggiare con disinvolta sfrontatezza una mise che attiri attenzione e consenso e che riesca a stupire, ammaliare, cogliere l’attenzione della propria cerchia di amici, ma soprattutto, a Tokyo, dei numerosi passanti confusi e distratti.



Distinguersi soprattutto per riconoscere la propria unicità, affermare un’identità (vera o presunta) e il proprio essere uguale a nessuno, in questo grande acquario di pesci in vetrina che è il centro di Tokyo, dove ogni look è studiato con meticolosità, dal ciondolo del cellulare agli strass sulle unghie, fino al taglio di capelli che esprime il cambio di stagione, alla ricerca del boccolo che non c’è.

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L’uomo dalla giacca di Leopardo


Camminare, per andare dove?
Ha importanza nella Metropoli?
No. Nessuna.

Siamo in tanti, in troppi, tutti vicini ma la contiguità spaziale non ci rende un gruppo, non ci fa meno soli o più congregati, perché nulla ci accumuna se non incognite che ci sfuggono e non possiamo indovinare.

Le spalle sfiorano altre spalle, contatti accidentali, coscia a coscia, corpi coperti, sudore sotto strati di vestiti e umori celati dalle polveri sottili e dal deodorante, nonostante l’atmosfera da Gran Bazar a Tokyo tutto è sterilizzato e sottovuoto, asettico, anche le persone.
Con un po’ di fortuna troveremo uno sguardo a illuminarci per un attimo e di quello ci scalderemo, ne fantasticheremo a lungo, per poi dimenticarcene a breve, per sempre, distratti da un altro sguardo forse più complice o con più mascara, magari seguendo la scia di un profumo, o il chiasso di un colore.

Ognuno va e non possiamo indovinare dove, sono troppe le possibilità, oltraggiosamente innumerevoli le variabili in gioco, e allora immaginiamo bivi e porte scorrevoli, treni e auto, camere d’albergo e ristoranti, e tutto è plausibile.

Dove vanno, a che pensano, a che ora hanno pranzato, dove dormiranno, perché ridono, magari sono felici, magari si sentiranno soli a volte, ma che si dicono, se mi urtano, perché fanno finta di niente, che cosa nascondono sotto i cappelli, ma soprattutto, cosa c’è in tutte quelle borse?
Non lo sapremo mai.

C’è un momento in cui i nostri percorsi si uniscono, prevedibilmente, senza frenesia e senza traumi.
Ci fermeremo, condivideremo lo spazio e staremo in silenzio gli uni accanto agli altri, fiato a fiato, piede a piede, borsa a borsa, vicini come non mai, rassicurati, unanimi.

E’ la magia dei semafori, che ci fanno fermare e stare tutti vicini, zitti, prima di attraversare la strada.
Per un breve momento la contiguità spaziale ci accomuna, perché siamo certi di andare tutti dalla stessa parte e siamo vicini a costoro, ignoti, eterogenei, imprevedibili esseri umani che popolano le strade delle città.

E’ bello guardarsi attorno e osservare le facce di chi sta per attraversare, quei corpi, indovinarne il passo, il rumore dei tacchi, l’ampiezza della falcata, lo scatto per raggiungere l’altro lato della strada…

Siamo autorizzati a gettare quello sguardo, il meno clandestino degli sguardi della metropoli.
Scatta il verde, e tutti vanno, già avvezzi, pronti a sparpagliarsi a raggiera, a file, a gruppetti, ad anse, a grappoli, oppure in solitaria, e c’è chi corre e chi cammina svelto, e perfino chi sbuca dal nulla.

Come lui.
L’uomo dal cappotto di leopardo.
Le mani in tasca, solo, non faccio in tempo a vederlo in viso, scatto una fotografia, l’incrocio delle scapole, il passo deciso e questo cappotto portato con una certa fierezza, un pugno in un occhio, un frutto acido al morso, una sorsata d’acqua torbida, una nota stonata suonata fuori tempo che diventa, quindi, miracolosamente assonante.

Da dove è sbucato?
Prima non c’era, tra la folla ad attendere il verde, deve essere arrivato dopo, all’ultimo, o forse si è materializzato solo adesso, chi può dirlo?
Passa, non si gira, non volta quella testa biondo-rosa, quelle spalle ben disegnate non apparterranno mai a un volto, né di uomo né di ragazzo, né di nulla che non sia un’immagine un poco sfocata, iridescente di luci e senza sorriso, il sorriso è dall’atra parte, quella facciata che non vedo, da questa parte ci sono solo le spalle.

Dove vai, uomo dal cappotto di leopardo, un poco distaccato da gli altri e solo, solo senza una borsa, senza un cappello, senza un destino, senza un volto cui associare un nome?
Ho l’impressione che tu non vada da nessuna parte.

Tu passi, illumini e sparisci, stretto nel tuo cappotto di leopardo dalle tasche sottili, gli occhi velati di noia e la bocca asciutta di parole che hai taciuto sotto i tuoi capelli rosa come un piumino di cipria.


Tokyo, 7 Gennaio 2010.
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Kawaii! Ovvero l’equivalente giapponese del Kinder sorpresa…

“Che, c'hai due monete da 100 yen?” ;-)



Sono schierati all’uscita del supermercato, oppure appena fuori dall’ufficio postale, o ancora nel centro commerciale e nella sala giochi, all’uscita del ristorante, vicino al convenience store… Basta inserire la moneta, girare la manovella e plof! Il gioco è fatto.


Ce ne sono per tutti i gusti, di tutti i colori e per tutti gli sfizi. Si può scegliere tra i Pokemon, Snoopy and friends, Super Mario, Hello Kitty, i Transformers, la banda Disney, gli anime super-giapponesi…e un miliardo di altri!

Le capsule stations, ovvero i distributori di pallette-gadget, sono un po’ ovunque, ovunque ci sia da tirar fuori il portafogli perché si sa, dopo che hai pagato e ti han dato il resto, avrai tante belle monetine in più ad appesantire il borsellino.


E allora alleggeriamolo un po’ questo borsellino, disfiamoci dei pezzi da 100 yen, più o meno l’equivalente del nostro euro, con la scusa di far felici i pargoli (anche cresciutelli) con un oggettino che arriva in una simpatica pallina a sorpresa. 

Un po’ l’equivalente del nostro ovetto kinder! Ma senza il cioccolato intorno…Che cosa ci sarà dentro queste a fantomatiche palle? Andiamo a scoprirlo. Quante cose super Kawaii!

Tante graziose sorpresine, dai 100 yen in su: dal semplice charm per il telefonino al peluche che si illumina al led, dall’antistress che cambia colore al tatto fino agli accessori da cucina…tutto in miniatura, ovviamente!


Ogni settimana si cambia assortimento, le “amabili macchinette” vengono rifornite di tutto punto, per essere sempre colme colme fino all’orlo, pronte ad elargire pallette a più non posso!


E c’è chi ha messo in piedi intere collezioni! In queste foto, una parata dedicata all’Orsetto Rilakkuma in tutte le sue declinazioni, eroe degli anime giapponesi, amatissimo da tutti, senza eccezioni!


Il suo nome deriva dalla fusione dei termini giapponesi Rila (relax) e Kuma (orso)…kawaii!


Ed ecco come si presentano le pallette prima di essere aperte!


L’effetto-sorpresa attizza, non c’e’ niente da fare! Dentro questa palla cosa c’era? Un Transformer

Con un po’ di pazienza (e parecchie monetine tintinnanti da 100 yen) si può perfino costruire un intero robot Transformer, ma quante pallette ci vorranno? Lo so: troppe! Che cosa farsene, di un tale adorabile esercito di (come si chiamano a Torino) ciapa-ciapa? Niente! Non vale lo stesso per le sorprese degli ovetti Kinder? Beh sì, ma lì almeno si mangia un po’ di cioccolato…

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Il modo migliore per cominciare l'anno: una lista, e una poesia.

Ah, le liste dei buoni propositi d’inizio d’anno!

Cominciare una nuova dieta, rimpolpare i muscoli, adottare uno stile di vita più sano, leggere la pila di libri che giace sul comodino, cancellare le foto sfocate che intasano la memoria del computer, passare a trovare la zia, cambiare lavoro, mandare a stendere qualcuno…

Non ho mai riposto troppe speranze in queste liste peregrine, ma ciò nonostante non rinuncio a buttare giù la mia, quando è il momento, ovvero in questi giorni.
Perché in realtà i buoni propositi sono una gran cosa e non vanno sottovalutati, perché ci ricordano qualcosa che in fondo riteniamo importante e che, per via di una grigia routine o di una sbadata trascuratezza interiore, rischieremmo di dimenticare o ancor peggio relegare in fondo a un metaforicamente polveroso cassetto, magari accanto al cantuccio che abbiamo riservato ai sogni.

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